Estratto da un saggio prodotto dall’Alleanza Evangelica inglese
Quali potrebbero essere i principi guida nel rispondere alla domanda: “Che cos’è un evangelico?”. Quale dovrebbe essere la nostra guida nel cercare di riscoprire o di riaffermare la nostra identità? È così necessario porsi delle domande, sia su noi stessi che sugli altri.
1. Qual è la nostra suprema autorità nella fede e nella pratica?
Che cosa significa avere l’autorità suprema della Bibbia? Senza l’autorità suprema della Bibbia come principio guida fondamentale e non negoziabile, siamo tutti come in alto mare, le idee dell’uno valgono tanto quanto quelle dell’altro. Questo è dove ci portano il post-modernismo ed il cosiddetto post-evangelicalismo. La nostra risposta alla domanda “Che cos’è un evangelico” deve provenire dalle Scritture (2 Pi. 1:20,21). È la Scrittura che deve avere l’ultima parola ed essa condurci alla parola finale. Dopo tutto il termine stesso “evangelico” affonda le sue radici nell’Evangelo (in greco “euangelion”), che può e deve essere definito solo dalla Parola rivelata di Dio come presentata dalle Scritture. Molte trattazioni di questo tema dell’identità evangelica oggi usano il termine “evangelico” più come descrittivo che come termine definitivo. Conseguenza di questo è che si usa lo stesso vocabolario evangelico, con il passare del tempo, a ciò che ha significativamente un’identità diversa. Stesso nome, cuore diverso! Oggi sempre di più ci vogliono far credere che la Scrittura non significhi più ciò che pensavamo significasse, e questo, in alcune aree teologiche e morali, costituisce un tentativo grave di scalzare la sua piena e finale autorità. Oggi, così, si osa contrapporre alla sapienza di Dio - che è e sarà sempre molto più saggia di quella umana - la nostra sofisticazione intellettuale moderna ed arrogante. Possono anche essere bravi i filosofi, i sociologi, gli psicologi, e gli antropologi a darci un’immagine di ciò che sono oggi gli evangelici. Solo la Bibbia, però, può dirci che cosa dovrebbero essere oggi gli evangelici.
2. Siamo disposti ad esaminare noi stessi ed apprendere dalla storia?
La Parola di Dio ci assicura che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”. Solo uno stupido, quindi, non permetterebbe che la storia gli insegnasse qualcosa. Abbiamo moltissima storia dalla quale imparare - storia cattiva, storia triste, ed altra incoraggiante! Il termine “evangelico” non è un’etichetta o un’idea moderna. Gli evangelici hanno sempre creduto che le loro convinzioni “evangeliche” risalissero alla chiesa delle origini, all’Evangelo, alla “buona notizia”, la lieta novella. I sociologi, gli psicologi e gli antropologi hanno idee diverse su quando esattamente sia emersa l’identità evangelica, i teologi, però, tracciano le origini dell’evangelicalismo alla Bibbia stessa. La storia dell’Alleanza Evangelica, in tutte le sue espressioni attraverso i secoli, ci fornisce di un ricco materiale orale e scritto a cui attingere. Le questioni che dobbiamo affrontare noi oggi non sono nuove. Il modo in cui i nostri predecessori le hanno affrontate e le conclusioni a cui sono giunti devono e possono fornirci materiale istruttivo, a noi che le dobbiamo affrontare ancora, sebbene siamo in un’epoca diversa.
3. Siamo disposti a conservare le negazioni allo stesso modo delle affermazioni?
Siamo disposti a dire ciò che non siamo allo stesso modo in cui affermiamo ciò che siamo? Non dovremmo temere di mettere in evidenza ciò che noi non intendiamo dire, ciò che noi non crediamo. Questo principio deve essere oggi sottolineato con forza proprio per il diffuso timore che esiste oggi di essere negativi. A coloro a cui sta a cuore l’immagine, essere negativi è un male, perché …tende a irritare la gente! Se noi non vinciamo questa paura, noi solo aumentiamo la vaghezza delle nostre posizioni. Il nostro tempo ama le sfumature, le variazioni di significato e le sottili distinzioni. La gente è disposta ad usare lo stesso vocabolario evangelico, ma non gli stessi significati, né dare lo stesso messaggio. Dire chiaramente: “Questo è ciò che noi non intendiamo o crediamo” non è in alcun modo anti-cristiano o anti-biblico. Vuole solo dire essere onesti e chiari, come parte della nostra identità. È pure essenziale se dobbiamo definire esattamente ciò che significa e non significa essere evangelici.
4. Cerchiamo forse di essere il più inclusivi possibile?
Non è evangelico partire dal presupposto: “Vogliamo liberarci di loro”, oppure “Con loro non vogliamo avere nulla a che fare!”. Al contrario, la nostra base deve essere: “Dobbiamo cercare di avere comunione con il più grande numero possibile di loro”. Desideriamo che la nostra comunione sia la più larga possibile, non la più stretta possibile. Noi crediamo che la verità dovrebbe portarci all’unità (Gv. 17:17 conduce a 17:20,21). Viviamo in un tempo in cui gli evangelici sono considerati dal mondo settari e divisivi, quindi socialmente pericolosi. Il mondo non cristiano è stato sempre ben contento di affibbiare quest’immagine alla chiesa. La chiesa primitiva soffriva di questo e ben potremmo trovarci presto o tardi in questa situazione. Queste caricature nascono dall’ignoranza e dalla malizia. Può essere inevitabile (At. 14:22), ma ciò che possiamo e dobbiamo evitare è una ristrettezza non necessaria di cui gli avversari godono e profittano, non dobbiamo dare loro “la benzina con cui bruciarci”. È la lama di rasoio sulla quale gli evangelici sempre devono camminare, il nostro desiderio di definire chi siamo il più chiaramente possibile, eppure essere il più inclusivi possibile. Non è mai un esercizio facile, ma stare seduti su uno steccato non è mai un’opzione.
5. Siamo disposti a preservare la verità senza addizioni o sottrazioni?
Anche questo fa parte del nostro esercizio di camminare su una lama. Storicamente è in quest’area che la fede evangelica è stata più sottilmente attaccata. Alcuni cattolici romani ci assicurano che ora essi credono tutto ciò in cui credono gli evangelici (o almeno questo è ciò che alcuni evangelici dicono che i cattolici affermino). Gli “evangelici cattolici” sono quelli che lo affermano con più vigore. Essi dicono di essere con noi nelle dottrine fondamentali come la Trinità, la divinità di Cristo, la redenzione, lo Spirito Santo, e persino la Scrittura. Sicuramente crediamo che spesso sia così e certo molto di più di quanto facciano i nostri colleghi protestanti. Essi, però, pure credono nell’infallibilità del papa e nell’autorità della Chiesa al di sopra della Bibbia, il bisogno di invocare i santi, il sacerdozio, la necessità delle buone opere per integrare la grazia. Questi punti sono, per loro, ugualmente fondamentali. Per quanto riguarda gli evangelici, però, tutto questo significa aggiungere alla Scrittura. Dall’altra parte c’è il fenomeno di sottrarre dalla verità da parte dei “liberali”, con la loro negazione dell’infallibilità della Scrittura, del miracoloso e del soprannaturale, come pure da parte degli attuali post-modernisti ed i cosiddetti post-evangelicali con tutta la loro strategia demitologizzante.
Ecco allora che, disposti ad esaminare noi stessi sulla base di queste cinque questioni, dovremmo essere portati inesorabilmente a certe conclusioni sull’identità degli evangelici.
Gli evangelici credono in Dio come sovrano in tre Persone: Dio il Padre, Dio il Figlio, e Dio lo Spirito Santo, essendo tre Persone ma un solo Dio, sovrano nella creazione, provvidenza, rivelazione, redenzione e giudizio finale.
Gli evangelici credono nella divina ispirazione delle Sacre Scritture e la loro conseguente intera affidabilità e suprema autorità in ogni questione di fede e di condotta.
Gli evangelici credono nell’universale condizione di peccato e di colpevolezza dell’umanità decaduta, il che la rende soggetta all’ira ed alla condanna da parte di Dio.
Gli evangelici credono nel sacrificio vicario del Figlio di Dio incarnato come sola base pienamente sufficiente di redenzione dalla colpa e dalla potenza del peccato, come pure dalle sue conseguenze eterne.
Gli evangelici credono nella giustificazione del peccatore sulla sola base della grazia di Dio ricevuta per sola fede nel solo Cristo crocifisso e risorto fisicamente dai morti.
Gli evangelici credono nell’opera di Dio lo Spirito Santo, il quale illumina, rigenera, dimora nell’intimo umano, santifica e dà forza.
Gli evangelici credono nel sacerdozio di tutti i credenti, i quali formano la Chiesa universale, il Corpo di cui Cristo è Capo e che è impegnato, per Suo comando, alla proclamazione dell’Evangelo attraverso il mondo.
Gli evangelici credono nell’importanza della Chiesa locale per la crescita spirituale, la comunione ed il servizio.
Gli evangelici credono nell’istituzione divina delle ordinanze del Battesimo e della Cena del Signore.
Gli evangelici credono nel dovere attendere il ritorno personale e visibile del Signore Gesù Cristo in potenza e gloria.
Noi presentiamo questi punti come non negoziabili per la confessione di fede evangelica. Noi quindi incoraggiamo gli evangelici a riaffermare la loro fede in questi principi fondamentali come pure in essi la loro pratica, tutto quello che sono, dicono e fanno.
Per rispondere, però, alla domanda: “Che cos’è un evangelico” con un accento sulla dottrina soltanto, non è una risposta completa. Sarebbe così se ci fosse la garanzia che tutto ciò a cui sottoscriviamo dottrinalmente avesse un sicuro effetto sulla nostra vita e comportamento di ogni giorno. Purtroppo, però, non è così. Ecco perché il Nuovo Testamento congiunge la dottrina con esortazioni pratiche. Per rispondere così alla domanda “Che cos’è un evangelico?” dobbiamo andare oltre al semplice affermare proposizioni dottrinali.
Accanto a ciò a cui un evangelico crede, vi dev’essere pure un corrispondente stile di vita.
Per essere onesti non solo verso la Scrittura, ma anche verso la storia, dobbiamo riconoscere che l’Evangelicalismo non riguarda solo l’ortodossia, ma anche l’ortoprassi. Un modello di comportamento evangelico deve sorgere da ciò che crediamo, se è vero che ciò in cui crediamo è più che un semplice assenso intellettuale. Vi deve essere pure un incondizionato impegno ad uno stile di vita evangelico con le seguenti caratteristiche.
Respingiamo un qualsiasi suggerimento che l’amore per la Bibbia come autorevole parola ispirata di Dio sia incompatibile con l’essere ripieni, condotti e potenziati dallo Spirito Santo. Talvolta si suggerisce questo perché si ritiene che gli evangelici siano schiavi di un libro, o persino colpevoli di bibliolatria! La dottrina evangelica, di fatto, è una salvaguardia contro tali errori. Dire che essa incoraggerebbe un tale errore significa essere divisivi e scismatici. Lungi dall’essere incompatibili Spirito e Parola, oppure in opposizione, essi appartengono l’una all’altra in modo indivisibile in uno stile di vita evangelico.
Gli evangelici dovrebbero essere gente che prega, gente in comunione con il Dio vivente. Trascurare la preghiera è come essere sposati con una persona con la quale non si parli mai - indica una seria e fondamentale rottura nella comunicazione. L’impegno verso le dottrine evangeliche corrisponde sempre ad una vita di preghiera.
Cercare di essere santi è ugualmente fondamentale, perché Dio è fondamentalmente santo (1 Pi. 1:14-16). Qualsiasi quantità di rumore si faccia nel nome dell’evangelicalismo che non sia accompagnato da santità, è solo aria calda.
Essere evangelici non significa mai essere noiosi. Alcuni sono contenti di essere considerati degli evangelici, ma la loro vita spirituale, le loro chiese, mancano disperatamente di vita spirituale e di vitalità. L’ortodossia morta è una pubblicità ben scarsa per l’Evangelo. Però, non dovremmo mettere su un’altra serie di fondamenti e di requisiti per il rinnovamento spirituale o il risveglio. Noi crediamo nei principi fondamentali che abbiamo elencato e, se è così, essi sono base sufficiente per una vera vita spirituale, sotto la provvidenza di dio, persino per un risveglio.
Non intrattenere alcun impegno pratico per l’evangelizzazione significa escludersi dall’essere evangelico. La stessa parola “evangelico” suggerisce questa stessa caratteristica. Non si può essere evangelici e non avere uno spirito ed uno stile di vita evangelistico, sarebbe una contraddizione in termini. Fra di noi, però, c’è un problema latente. Vi sono stati sempre molti problemi quando gli evangelici hanno cercato di invitare nei loro comitati evangelistici chi, di fatto, non è evangelico, pianificare azioni evangelistiche con chi, di fatto, non ne condivide lo spirito di fondo con integrità. Ugualmente problematico è stato l’ostinato rifiuto di associarsi ad altri evangelici sulla base di disaccordi su questioni secondarie che una delle parti insiste essere primarie.
Al cuore stesso dello spirito evangelico vi è l’umiltà. Il nostro interesse per il mondo evangelico oggi è che esso si è, per così dire, ingrigito con questioni di politica interna o con scopi malcelati di tipo diverso, Una qualsiasi Alleanza Evangelica non dovrà mai diventare una sorta di Unione Europea dove ciascun membro sembra cercare contatto con gli altri fintanto che questo gli torni utile o comodo, o se serve a qualche suo scopo mal celato. Gli evangelici non devono essere “costruttori di imperi” né nel mondo degli affari, né in quello del culto della personalità. Gli evangelici devono essere trasparenti ed onesti (cfr. Fl. 1:10). Sia come individui, chiese, denominazioni, o alleanze, tutti gli evangelici devono essere sinceri ed onesti.
Dato che Dio è amore (1 Gv. 4:16), l’amore è un aspetto fondamentale dello spirito evangelico. Quest’amore procederà nelle stesse due direzioni in cui Dio lo manifesta, cioè, amore verso il mondo perduto (Gv. 3:16) ed amore verso il Suo popolo (Gv. 15:13,14). Per essere evangelici tutt’e due sono indispensabili. Il primo è amore in azione verso il mondo perduto, proclamando l’Evangelo, ma anche con l’azione sociale evangelica. L’evangelicalismo, nei suoi momenti della storia più elevati, ha sempre portato tale attivo amore nel mondo. Moltissime opere ed istituzioni di solidarietà oggi presenti in molte nazioni, sono state la conseguenza di risvegli evangelici. Le opere di solidarietà sociale non sono “un’idea” dell’umanesimo e del laicismo: è bene che questo non lo si dimentichi. In secondo luogo, l’amore evangelico deve essere mostrato nel nostro atteggiamento l’uno verso l’altro come evangelici (e anche verso i non evangelici). Su questo la storia purtroppo ci dà motivo di disperare. Temiamo che nulla migliorerà finché non ci renderemo conto quanto importante sia l’accordo e l’impegno verso le verità fondamentali che abbiamo delineato in questo saggio. Esse sono la sola base per l’amore e l’unità evangeliche. Se gli evangelici non sono in accordo su di esse, o se noi rendiamo questioni secondarie aspetti della massima importanza, allora litigheremo quando invece si tratterebbe di amarci l’un l’altro nella pratica.
Ecco così che abbiamo cercato di rispondere, nel modo più pratico possibile, alla domanda “Che cos’è un evangelico?”. Siamo consapevoli che il termine “evangelico” o “evangelicale” sia stato così diversamente interpretato da correre il rischio di non significare più nulla - se non qualcosa di negativo, come la stampa vorrebbe dare ad intendere. Molti cristiani esitano ad usarlo per essi stessi, suggerendo che noi lo abbandoniamo e che usiamo qualcos’altro al posto (vi sono già diverse proposte in merito). Però, lasciar cadere questo termine in quanto termine descrittivo e definitivo, significherebbe, crediamo ammettere la sconfitta, sia causata dalle nostre stesse mani e di fronte a quelli che solo godrebbero del fatto. Facciamo appello, dunque, a che sia conservato, ma pure a che si riformi del tutto ciò a cui fa riferimento, alla luce della storia, ma soprattutto alla luce della Scrittura. Se non lo faremo, temiamo che questo ci conduca a far si che il mondo semplicemente ci consideri degli stupidi, proprio quando cerchiamo di tenerci bene a distanza presumendo così di trarre un qualche personale vantaggio settario gli uni sugli altri. Riformarci ed unirci sulla base della verità evangelica e dello stile di vita evangelico è la sfida più grande che mai potremo raccogliere nei confronti del mondo post-moderno, con la sua negazione di valori assoluti ed il suo egoistico individualismo.
Né la dottrina evangelica, né lo stile di vita evangelico sarà mai qualcosa di del tutto accettabile ad un mondo ossessionato dall’immagine e dal “sentirsi bene”. Al cuore stesso dell’evangelicalismo sta la croce. La croce è sempre uno scandalo per il mondo. Dobbiamo quindi tenere in debito conto che il mondo reagirà negativamente, ma della croce noi ci glorieremo. L’apostolo Paolo, dopo avere difeso l’identità evangelica, scrive: “quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo” (Ga. 6:14). Questo non vuole dire che la nostra immagine non dovrebbe mai interessarci. L’immagine è importante. Fintanto, però, che noi non concorderemo su ciò che significhi essere evangelici, daremo sempre un’immagine distorta. All’inizio di un nuovo millennio, il passaggio di 2000 anni di storia, lo sviluppo massiccio della scienza e della tecnologia, non ha diminuito minimamente il bisogno che il mondo ha dell’Evangelo. Gli evangelici dovrebbero stare in prima linea ed accogliere la sfida dell’era post-moderna. Nemmeno in quest’era la natura umana è cambiata: rimane la stessa da Adamo in poi. È tempo che gli evangelici siano insieme visibili e rilevanti, non come “un ramo” della chiesa, ma come la chiesa che Dio aveva inteso fin dal principio, una chiesa che sa ciò in cui crede e non ne ha vergogna. In un tempo come questo possa Dio aiutarci!
(Estratti da un saggio prodotto da A.C.U.T.E. - the Alliance Commission on Unity and Truth among Evangelicals - contributo sull’identità evangelica presentato all’Assemblea Nazionale degli Evangelici nel Regno Unito. Traduzione di Paolo Castellina).